… a riveder le stelle

Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia

I famosi versi di William Shakespeare con cui Amleto si rivolge all’amico evidenziando la difficoltà di conoscere misteri dell’universo e delle cose di questo mondo ben si addice alla vicenda venuta di nuovo alla ribalta grazie alla mozione presentata in consiglio comunale dal consigliere del Pd Daniele Mandrini, che impegna l’Amministrazione ad intervenire per risolvere il problema dell’osservatorio astronomico che non riesce quasi più a vedere il cielo perché la sua visuale è coperta dagli alberi.
Dunque, stelle contro alberi in una battaglia che vede contrapposta l’osservazione delle stelle alla tutela delle piante?
Abbiamo voluto capire meglio come stessero le cose ed abbiamo chiesto un confronto con gli astrofili, da cui è emerso che la vicenda è complessa e coinvolge molti aspetti.

In primo luogo si tratta di un problema che si trascina da molti anni, conseguenza della scelta di inserire l’osservatorio astronomico nel contesto del Naviglio Martesana in un’area ove era stato realizzato un rimboschimento; nel corso del tempo gli alberi sono cresciuti così tanto da limitare pesantemente la visuale dell’osservatorio che ora ha a disposizione solo una esigua porzione di cielo libero sulla sua verticale, tutto il resto è mascherato da rami e fronde.

Gli astrofili ci hanno segnalato anche un difetto di gestione del bosco, lasciato privo di manutenzione, tanto che ci sono frequenti cadute di rami, ma pure errori nella pianificazione iniziale dell’area, ove una piantumazione troppo ravvicinata ha prodotto alberi con un notevole sviluppo in altezza o laterale in cerca della luce, spesso con una stabilità compromessa.
La visuale ristretta limita l’osservazione degli astri e dunque la possibilità di esperienze dirette con il telescopio, e non è la prima volta che l’amministrazione comunale viene investita di questo problema. La mozione, presentata nel marzo scorso ed approvata all’unanimità dal consiglio comunale, impegna l’amministrazione a valutare tutte le ipotesi possibili per risolvere il problema e, tra queste, anche l’abbattimento delle piante.

Dal nostro confronto con gli astrofili non è emersa una difesa della possibilità di osservare le stelle a spese degli alberi, ma una più generale richiesta di rivalutazione e riprogettazione del contesto ambientale: chiedono che intorno all’osservatorio venga creata una fascia di rispetto costituita da piante di altezze non superiori ai 10-12 mt, mantenendo quindi il resto del bosco su cui però andrebbe effettuata manutenzione periodica. Infine, ma non ultimo, segnalano il tema dell’inquinamento luminoso, elemento questo ulteriormente penalizzante e troppo spesso dimenticato nello sviluppo urbanistico.

Sicuramente la gestione del verde urbano è un aspetto dolente: la cattiva o addirittura assente manutenzione è un problema che si ritrova anche in altre importanti aree verdi della città (es. parco degli Aironi, parco del Fontanone) e ne limita la fruibilità ed il valore naturalistico.

Sembra però assente anche una visione culturale che riconosca gli ambiti utili allo sviluppo della conoscenza nella nostra comunità, dall’osservatorio scientifico alla stazione meteorologica, nella consapevolezza che, come ricorda la premio Nobel Elinor Ostrom, «la conoscenza deriva dalle informazioni come le informazioni derivano dai dati».
E dunque i dati che derivano dalle osservazioni scientifiche sono un patrimonio immateriale che costituisce un bene comune, importante tanto quanto se non maggiore di un’infrastruttura sportiva.
Eppure come gli astrofili aspettano da anni una soluzione al loro problema di schermatura della visuale, anche noi aspettiamo la convezione per il ripristino della stazione meteorologica.

Sino a quando dovremo aspettare?
Non è ora il momento per mettere in campo una pianificazione che valorizzi la conoscenza ed il confronto fra ambiti, utile a trovare le soluzioni a somma positiva, ove un intervento su una realtà non sia fatto a spese di un’altra, ma dove tutti ci guadagnano?
E dove possa intervenire il contributo dei cittadini e dell’associazionismo organizzato?

Noi pensiamo che sia possibile e ci faremo promotori di una proposta che possa trasformare l’area dell’osservatorio in un polo di ricerca e sperimentazione.

#CernuscoTreeTour: 2 – Il Bagolaro (Celtis australis)

Uno ci fa compagnia mentre aspettiamo di entrare alle Poste di Via Pietro da Cernusco, altri ci accompagnano verso l’entrata del cimitero in Via Cavour, altri ancora ci fanno ombra mentre ci riposiamo nei giardini di Villa Greppi.
Tronco liscio e massiccio, chioma arrotondata e maestosa, alto mediamente fino a 25 metri, alcuni toccano anche i 30 metri, foglie ellittiche o lanceolate e seghettate ai margini, drupe (frutti) piccole e scure: di bagolari a Cernusco possiamo riconoscerne tantissimi.
I suoi nomi popolari ci raccontano molto di lui:

  • bagolaro” deriva da “bagola” che nei dialetti dell’Italia settentrionale significa “manico”: il suo legno, chiaro, molto resistente e facile da lavorare per la sua flessibilità, è da sempre usato per creare manici, bastoni da passeggio, mobili, attrezzi, carrozze, remi e altri manufatti sottoposti ad usura.
    Addirittura, per gli ingranaggi sommersi dei mulini ad acqua!
  • spaccasassi“, perché le sue radici sono talmente forti che riescono a sgretolare i sassi, facendosi largo nel terreno.
    Non ha problemi a crescere anche in terreni rocciosi o sui pendii e viene usato spesso per il consolidamento e il rimboschimento di terreni sassosi;
  • albero dei rosari“, perché i suoi semi un tempo venivano usati per i grani dei rosari (oltre che come munizioni per le cerbottane dei bambini!).

È rustico e resistente, ama gli spazi soleggiati e caldi ma è in grado di sopportare anche climi più rigidi, piogge e venti forti.
Per questo, per la sua capacità ombreggiante e ornamentale, per la sua funzione di barriera anti-inquinamento, per la sua resistenza ai parassiti e alle frequenti potature, è molto utilizzato nelle città.
Cresce molto lentamente ed è uno degli alberi più longevi: può vivere fino a 500 anni!

Ora i bagolari di Cernusco sono quasi a fine fioritura, ma forse non ve ne siete neanche accorti: per vedere le sue piccole infiorescenze giallo-verdi bisogna prestare un pò di attenzione!
Sono già visibili le piccole drupe, che maturano a fine estate: si tratta di piccoli frutti (sono drupe anche la ciliegia e la pesca) di circa 1 cm, con una buccia scura molto sottile e una polpa dal sapore dolciastro.
Eh sì, lo sapevate che sono commestibili?

Ne sono golosi gli uccelli, che in autunno si radunano per banchettare sui suoi rami, spargendo poi, con la digestione, i semi.
Noi umani ne ricaviamo invece confetture e liquori.
I regali che quest’albero ci fa non finiscono qui: i semi, se spremuti, danno un olio simile a quello delle mandorle dolci, mentre dalla corteccia e dalle radici viene estratto un colorante giallo per i tessuti di seta.
Infine, le foglie sono un ottimo foraggio.
Un’ultima curiosità: i suoi rami più alti ospitano spesso la Vanessa Antiopa (Nymphalis antiopa), un’elegante farfalla.

Hai suggerimenti o domande? Vuoi partecipare alle attività di Bene Comune Cernusco? Scrivici o commenta!

Una strage nascosta

Sagome di uccelli applicate su finestre

Gli uccelli nei loro habitat sono perfettamente in grado di evitare in volo gli ostacoli, tuttavia i vetri degli edifici (ma non solo) rappresentano per loro una duplice fonte di pericolo in quanto trasparenti e riflettenti.
Nel primo caso, l’uccello può vedere l’albero dietro la lastra di vetro ma non riuscire a percepire la presenza dell’ostacolo in mezzo, nel secondo caso invece, l’uccello vede il riflesso dell’ambiente circostante (cielo, alberi, ecc.) oppure vedendo la sua stessa immagine riflessa, ha l’istinto di attaccarla.
Quest’ultimo caso tuttavia, avviene maggiormente in primavera che coincide con il periodo di riproduzione quando gli individui mostrano una maggiore territorialità.
Per farvi capire quanto non sia un problema da sottovalutare, prendiamo in considerazione qualche dato:

  • secondo uno studio del 2014, circa 1 miliardo di uccelli muore in questo modo negli Stati Uniti (Loss et al. 2014);
  • sempre negli Stati Uniti, il 50% di questi uccelli muore in seguito all’impatto con finestre di case e appartamenti;
  • in Italia, alcuni studi effettuati lungo strade e autostrade, hanno stimato una mortalità superiore di 800 uccelli all’anno, per ogni chilometro di strada! (Galuppo e Borgo 2006; Capitani et al. 2007; Costa 2012; Campedelli et al. 2014).

Ma esistono delle soluzioni a questo problema? Certamente!
Sono tante, a costi estremamente moderati e sono anche semplicissime da applicare:

  • soluzioni a strisce orizzontali (veneziane);
  • soluzioni a strisce verticali (tende e/o lamelle);
  • i cosidetti “dot pattern”, ovvero delle trame a punti da applicare sul vetro;
  • zanzariere;
  • tende;
  • adesivi di varie forme e dimensioni;
  • adesivi quasi invisibili all’occhio umano e al contrario ben visibili agli uccelli.

E cosa possiamo fare se l’uccello fortunatamente non muore immediatamente in seguito all’impatto?
Prima di fare qualsiasi altra cosa, chiamare un CRAS (Centro di Recupero Animali Selvatici) o un CRFS (Centro Recupero Fauna Selvatica).
Per la provincia di Milano (nello specifico ad Est), abbiamo tre contatti disponibili:

  • CRAS WWF Vanzago;
  • CRFS LIPU Milano;
  • ENPA Monza e Brianza.

Loro saranno perfettamente in grado di consigliarvi cosa fare e come farlo, in attesa dell’eventuale recupero dell’animale.
Ricordiamo infatti che, oltre ad essere illegale gestire e detenere un animale selvatico senza un permesso, le nostre azioni per quanto fatte con le migliori intenzioni, possono rivelarsi più dannose del previsto.

Per concludere, proviamo un attimo a metterci nei panni degli uccelli con questo video in cui nei primi secondi vediamo quello che vedono loro (visione stereoscopica(*) limitata) e mano a mano quello che invece vediamo noi (visione stereoscopica elevata):

(*) : campo visivo coperto da entrambi gli occhi.

Abbiamo voluto approfondire l’argomento perchè anche qui a Cernusco ci sono costruzioni con vetrate che sono pericolose per i volatili.
In particolare, più di una volta abbiamo visto uccelli schiantati contro le vetrate della palestra dell’oratorio Paolo VI. Abbiamo già avvisato chi di dovere e ci siamo resi disponibili per applicare le opportune sagome anti collisione.
Vi aggiorneremo sugli sviluppi

#CernuscoTreeTour: 1 – Il Salice

Passeggiando lungo il nostro Naviglio è impossibile non notare e riconoscere le chiome verde brillante di questo splendido albero, con i lunghi rami penduli che spesso intinge in acqua.

Arrivati dall’oriente (dalla Cina, percorrendo la Via della Seta), i salici a Cernusco sono numerosi: il Naviglio risponde infatti all’identikit del loro habitat ideale, vale a dire le zone umide vicine all’acqua, soleggiate o in mezz’ombra. Sopportano molto bene il freddo e non temono le gelate, d’inverno perdono le foglie e ricoprono la propria corteccia con una specie di cera che la rende impermeabile e protegge l’albero dalla disidratazione.

I salici sono una specie “dioica”: i fiori (detti “amenti”) maschili e femminili si trovano su esemplari diversi. In primavera è una delle prime piante a fiorire: di questo ringraziano le api che possono così disporre, alla ripresa del periodo produttivo, di un’importantissima fonte di sostentamento.

Oltre a questa funzione fondamentale e al loro valore decorativo, nei secoli i salici sono venuti in aiuto dell’umanità in vari modi: i loro rami lunghi e flessibili sono ideali per fabbricare ceste, sedie, canne da pesca o come legacci in agricoltura, i celti usavano il loro legno per costruire strumenti musicali, non si contano le poesie e le opere d’arte ispirate alla loro forma… Ma forse non tutti sanno che nella corteccia del salice si trova la salicina, molecola alla base dell’acido acetilsalicilico, il principio attivo dell’Aspirina! Fu un vicario inglese a scoprirla nel 1763, quando somministrò ai suoi pazienti della corteccia di salice essiccata, ottenendo significativi miglioramenti.

Il salice è uno degli alberi più facili da moltiplicare: le sue talee attecchiscono facilmente, aiutate eventualmente da un po’ di ormoni radicanti. Ma facciamo attenzione: bisogna evitare di piantarli vicino alle abitazioni, visto che con il tempo le loro radici sono in grado di danneggiare muri e tubature. Se disponiamo di un posto adatto a loro, ricordiamoci che necessitano di annaffiature costanti e regolari e che temono molto la siccità.

Restrizioni Covid permettendo, i salici vi aspettano lungo il Naviglio per farsi conoscere!

Hai suggerimenti o domande? Vuoi partecipare alle attività di Bene Comune Cernusco? Scrivici o commenta!

#PGT: cascina Colcellate

Un’altra piccola indagine su un intervento previsto dal PGT 2010 e oggetto anche della seconda variante dell’anno scorso.
La cascina Colcellate è sconosciuta alla maggior parte dei cernuschesi, nonostante la sua lunga storia: le prime tracce di questo gioiello risalgono al XIV secolo (1398). Allora ospitava una chiesa dedicata a S.Maria, “dove era istituito un clericato“, mentre pochi metri a ovest (vedi anche la mappa qui sopra, proveniente dal catasto teresiano del 1865) c’era la “fontana nuova“, una risorgiva che irrigava i campi circostanti ed ora naturalmente scomparsa. Da anni la cascina è completamente abbandonata, relegata in fondo alla zona industriale all’estremità sud del territorio comunale.

Un semplice recupero della struttura non pare abbastanza attraente, perciò, come accade spesso, il PGT offre la possibilità di un’espansione su un adiacente terreno agricolo, per rendere il tutto più appetibile.

Ancora una volta, è il consumo di suolo a rendere remunerativo l’intervento. E’ possibile non ci siano altre alternative?

#occhiaperti – urbanistica

L’urbanistica è una disciplina molto complessa ma anche estremamente importante: determina la forma delle nostre città, l’utilizzo dei nostri territori, il futuro dell’ambiente in cui viviamo. Per questo è con l’urbanistica che inauguriamo la nostra nuova rubrica “Occhi aperti“, con cui faremo emergere dati e informazioni poco o per nulla conosciute ma rilevanti per il bene comune.

Ad esempio, lo sapevate che il PGT impone all’Amministrazione una verifica periodica degli obiettivi di sviluppo prefissati dal piano, con adozione di misure correttive e pubblicazione degli esiti sul sito del Comune? Noi non ne abbiamo trovato traccia! Ci viene in mente la famosa domanda: “Chi controlla i controllori?” E, soprattutto, ci chiediamo: sulla base di quali dati si porta avanti, oggi, una variante al PGT con effetti tutt’altro che trascurabili sull’ambiente e sul paesaggio?

Note a margine della presentazione del “Progetto di recupero di cava* Gabbana”

il lago Gabbana: nel luglio 2019 (in basso) e a marzo 2021 – foto: Franco Ingangaro

L’amministrazione comunale di Vimodrone ha presentato il progetto per il recupero dell’area che si produrrà a seguito del controverso interramento del lago Gabbana attraverso scelte insolite, di rottura: in primo piano nella locandina di promozione dell’evento viene utilizza la foto del lago che non ci sarà più a causa del riempimento, una foto rubata, realizzata da uno degli esponenti di Salviamo il lago Gabbana, il comitato che contrasta l’intervento; per la diretta Facebook di presentazione del progetto è stata scelta la data 22 marzo, giornata mondiale per l’acqua, quell’acqua che il riempimento del lago andrebbe a cancellare.

Scelte dettate dal calcolo, dal gusto del paradosso oppure della provocazione: ciascuna opzione porta con sé valutazioni che non indulgono al dialogo dei cittadini.

Alcuni elementi sono emersi con chiarezza nel corso della presentazione:

  • il riconoscimento ai comitati contrari: l’ammissione – esplicita e rimarcata più volte – da parte di tutte le componenti il tavolo di lavoro, sindaco ed assessore per primi, seguiti dalle associazioni e dalla facilitatrice, che senza la pressione dell’opinione pubblica ed i rilievi arrivati dai comitati Salviamo il lago Gabbana e Bene Comune Cernusco, non sarebbero mai state valutate tutte le criticità dell’intervento di interramento, né ci si sarebbe preoccupati del destino e del recupero dell’area. Dunque una conferma che non erano stati considerati in modo adeguato rischi ed impatti ambientali, anche in relazione alla destinazione futura dell’area .
  • l’interesse per l’acqua: quel lago che l’interramento andrà a cancellare rispunta nel progetto di recupero come elemento cardine rispetto al quale ricostruire la biodiversità. Così il profondo bacino lacustre di 28110 mq, prodotto di un’attività estrattiva da rapina che ha cavato sino all’ultimo orizzonte utile, diventa un’area umida di 15000 mq. L’acqua è dunque sempre al centro ed anche in questo caso le proteste hanno messo in evidenza l’importanza delle zone umide in un sistema di aree protette.
  • la valenza ecologica del lago Gabbana: quell’area – sempre descritta come degradata – rappresenta, al contrario, un ecosistema consolidato con vegetazione e fauna significative;
  • l’interesse pubblico dell’area: le polemiche hanno portato l’amministrazione ad interrogarsi sul destino funzionale di questa area, che è sì privata, ma dove ci sono un ecosistema importante ed un lago la cui acqua alimenta la falda e la rete idrica locale, elementi che avrebbero dovuto costituire i presupposti per dichiararla d’interesse pubblico. Elementi che oggi emergono con ancora maggiore nettezza e dunque la strada non può essere che quella.
  • La mancanza di garanzie: l’impegno vincolante al recupero ambientale che è stato richiesto (tardivamente) alla proprietà dell’area, non presenza sanzioni; i termini esecutivi della polizza fidejussioria di 100000 euro non sono noti e, comunque, la cifra non basterebbe a risarcire nessun danno ambientale. Dunque non ci sono elementi che possano garantire l’effettiva realizzazione di tutti i passaggi e, soprattutto, il controllo.

Infine, ma non ultima, la contaminazione da solventi clorurati delle acque, segnalata dal geologo incaricato dalla proprietà dell’area: è stata esposta come se fosse normale e non fossero coinvolte sostanze inquinanti che provocano effetti cancerogeni e teratogeni, nel più completo silenzio da parte del sindaco che pure è responsabile della salute pubblica.

Al di là del progetto di recupero, da realizzare nel futuro, è importante affrontare i problemi ed i rischi del presente, rispetto al quale chiediamo all’amministrazione di Vimodrone che tipo di provvedimenti intende intraprendere. E’ necessario continuare a vigilare segnalando che la nostra attività non è meramente ostativa, anzi, è soprattutto rivolta a capire quali siano i problemi e le soluzioni per meglio intervenire.

*la cava è in realtà un lago

#LagoGabbana: comunicato stampa

Il comitato Salviamo il lago Gabbana, insieme al comitato Bene Comune Cernusco, ha messo in luce le lacune procedurali e, soprattutto, i rischi ambientali legati alla vulnerabilità della falda acquifera per l’intervento di interramento del Lago Gabbana sin dall’inizio dei lavori nell’estate del 2019. Lavori che erano stati autorizzati l’anno precedente, ma senza alcuna forma di informazione alla popolazione, nonostante si trattasse di un intervento di grande rilevanza economica ed impatto ambientale.

Oggi emerge che nelle acque del lago ci sono concentrazioni al di sopra dei limiti di solventi clorurati, sostanze cancerogene e teratogene, e che il riempimento del lago determinerà un innalzamento della superficie della falda e della permeabilità del terreno anche nelle aree circostanti con possibili problemi di infiltrazioni.

A fronte del rischio di inquinamento ambientale ci aspettiamo interventi conseguenti volti a garantire l’interesse pubblico, preminente rispetto agli interessi privati che gravano all’area.

Confidiamo che vengano prese tutte le misure necessarie a tutela della salute pubblica poiché il lago Gabbana si trova nell’area di ricarica della falda idrica, ad elevata vulnerabilità, da cui attingono i pozzi della rete di Vimodrone.

Per questo motivo il comitato Salviamo il lago Gabbana ed il comitato Bene Comune Cernusco hanno depositato ai carabinieri di Vimodrone il 17 marzo un esposto denuncia in cui si evidenziano questi elementi emersi di recente.

In ogni caso noi saremo dalla parte del lago e degli interessi collettivi.

il lago Gabbana

#Cheariatira: facciamo il punto

Figura 1 – PM2.5 del 9 Marzo 2021 (media oraria)

Dopo alcuni mesi di osservazioni delle misure raccolte dalle nostre centraline, cominciamo ad avere un’idea di quali fattori influenzino maggiormente il livello di inquinamento dell’atmosfera in cui siamo immersi.
Diciamo subito che ci siamo abituati ad un unico valore giornaliero come misura del livello di polveri sottili, quello comunicato da ARPA per ogni comune lombardo.
In realtà, quel numero non è altro che il valore medio, nelle 24 ore, di inquinamento per ciascun parametro osservato. Ma se misuriamo quel valore su di un intervallo temporale più piccolo, ad esempio un’ora o un quarto d’ora, potremmo vedere che l’andamento è molto variabile, in funzione di molti fattori che ne influenzano l’entità.
Nell’immagine qui sopra (Figura 1) – ad esempio – si vede la concentrazione di PM2.5 tra l’otto ed il nove marzo: ogni valore rappresenta la media dei valori nell’ora precedente (media mobile oraria). ARPA, invece, alla fine di ogni giornata, fornisce un unico valore numerico (Figura 2), cioè il valore medio di questo andamento altalenante, che però non è in grado di farci vedere la variabilità nelle varie ore del giorno.

Figura 2 – Le misure di PM2.5 comunicate da ARPA per i giorni indicati


La prima osservazione da fare, guardando le misure di questi mesi invernali, è che l’andamento giornaliero è più o meno sempre fatto in questo modo: c’è un massimo notturno, vicino o poco dopo la mezzanotte, una successiva discesa che dura circa 12 – 14 ore fino al pomeriggio, una risalita un po’ più veloce che dura 8 – 10 ore nel corso della sera per tornare al massimo notturno.

Qual è il motivo di queste variazioni? Non lo sappiamo, naturalmente, anche se pensiamo di poter escludere alcune ragioni e di poterne ipotizzarne altre.
Innanzi tutto, non sembra esserci grande correlazione con le variazioni di temperatura e umidità. In Figura 3 si vedono gli andamenti istantanei sincronizzati nel tempo di PM2.5, PM10 (in alto) e temperatura e umidità relativa (in basso).

Figura 3 – Misure di PM2.5, PM10, Temperatura e Umidità relativa per la stessa giornata (8-9 marzo)

Come si vede, non c’è contemporaneità nelle inversioni di tendenza, quindi pensiamo di poter escludere, almeno in prima istanza, l’influenza di temperatura e umidità sulle misure di PM fatte dallo strumento.
Di conseguenza, dobbiamo supporre che le variazioni mostrate sono effettive, pur dipendendo da vari fattori, e che le misure non vengono falsate da condizioni esterne quali umidità o temperatura ambiente. E quindi?

Come vedremo più in dettaglio tra poco, le misure di concentrazione delle polveri sottili dipendono molto dalle condizioni atmosferiche, o meglio, dal movimento dell’aria: più forte è la velocità del vento, più scendono gli inquinanti. L’ipotesi che ci sembra più ragionevole, quindi, è che, in assenza di vento significativo, i piccoli moti atmosferici attivati dalla radiazione solare diurna, comportano un ricambio d’aria soprattutto nei bassi strati, a contatto con il suolo, spingendo in alto l’aria “sporca” e portando verso il basso aria pulita. Al calar del sole ed al diminuire della mobilità dell’aria avvicinandosi la sera, viene meno questo ricambio e di conseguenza aumentano le concentrazioni di PM generate dall’attività antropica (soprattutto traffico e riscaldamento) che raggiunge quindi il suo massimo all’inizio della notte, per poi scendere lentamente nelle ore successive e più velocemente al riprendere dei piccoli moti ascensionali diurni appena descritti.
Questa è la nostra ipotesi più fondata, ma se ci fossero altre idee, saremmo lieti di prenderle in considerazione e confrontarci.
Come abbiamo accennato sopra, una seconda osservazione viene dalla presenza o meno del vento: come è facile intuire, più forte è il vento, più gli inquinanti vengono dispersi e quindi si abbassano. Giornate ventose o perturbate, sono generalmente giornate di aria pulita e appena ritorna la calma, l’inquinamento riprende a salire.
Un aspetto interessante, che siamo riusciti a cogliere con le nostre misure, è che a volte si verificano delle micro-irruzioni di aria pulita portata da correnti discensionali, che durano poco, ma riescono in pochi minuti ad azzerare gli inquinanti. Siamo riusciti a “catturarne” alcune, durante il mese di gennaio.
La più evidente si è verificata il 24 gennaio e di questa mostriamo qui le misure raccolte quel giorno (Figura 4).

Figura 4 – PM2.5, PM10, Temperatura e Umidità relativa del 24 gennaio 2021

Attorno alle ore 15, il livello degli inquinanti, che era appena superiore a 50 µg/m3, ha subito una repentina diminuzione, arrivando a zero per un paio d’ore, risalendo poi nel corso della sera ai valori precedenti. Ma cosa è successo?
Una possibile spiegazione può venire dall’osservazione delle variabili meteorologiche i cui valori sono stati misurati dalla centralina del Centro Meteo Lombardo di Vimodrone (la più vicina a noi, ma altre nella zona hanno riportato lo stesso andamento). In Figura 5, si vede come proprio attorno alle 15 ci sia stato un impulso di vento, passato da 0 a 12 km/h per pochissimi minuti, provenendo da nord e portando ad un abbassamento dell’umidita relativa da 90 a 20%.
Si è trattato quindi di un improvviso ricambio d’aria, della durata di qualche decina di minuti, che ha completamente ripulito gli strati bassi dell’atmosfera. Il tutto poi è tornato lentamente ai valori precedenti per tutti i parametri considerati.
Per il giorno 24 gennaio, ARPA ha comunicato un unico valore di PM10 = 19 µg/m3, che naturalmente non dice niente di quello che è successo in realtà in quella giornata.

Figura 5 – Misurazioni meteo a Vimodrone – 24 gennaio 2021

Da queste semplici considerazioni crediamo appaia evidente l’importanza di raccogliere informazioni ambientali puntuali, legate a territori circoscritti e con adeguata scala temporale, per monitorare i fenomeni locali e limitati nel tempo, anche attraverso reti di misura semplici ed economiche, purché affidabili.

Aggiungiamo in ultimo che nei giorni scorsi siamo stati contattati da alcuni cittadini, anche residenti in comuni diversi dal nostro, che ci chiedevano informazioni e istruzioni per posizionare dei nuovi sensori a basso costo nel loro territorio. Crediamo sia questo il risultato più importante della nostra campagna di misure: far capire l’importanza di una raccolta dati capillare e indipendente, per far crescere l’attenzione sui temi ambientali e per contribuire alla conoscenza ed alla diffusione di esperienze, ingredienti indispensabili per diventare cittadinanza attiva e matura, attenta all’ambiente ed ai beni comuni.

#varianteparzialePGT: soccorso istruttorio o accanimento terapeutico

Massimiliano Atelli, presidente della Commissione V.I.A.- V.A.S. del Ministero dell’Ambiente*, nella sua intervista al Sole24ore del 19 febbraio 2021 ha messo in evidenza come le lunghe procedure della VAS spesso siano legate alla cattiva qualità dei progetti: solo il 10% viene bocciato, mentre il resto è soggetto a prescrizioni e revisioni che ne allungano l’iter, in situazioni al limite dell’accanimento terapeutico

La situazione denunciata da Atelli non riguarda solo il Ministero dell’Ambiente: anche nella Valutazione di Impatto Ambientale relativa alla variante parziale del PGT di Cernusco di fatto le osservazioni accolte o parzialmente accolte da apportate al Rapporto Ambientale ed alla Relazione sono così numerose (60%) che le prescrizioni, correzioni, integrazioni rappresentano una sorta di vero e proprio “soccorso istruttorio” per il procedimento.

Infatti, come denunciano i movimenti nella Lettera aperta di 200 Associazioni a Governo, Parlamento e Commissione Europea su grandi opere e Valutazione di Impatto Ambientale “troppo spesso le osservazioni depositate dai cittadini, dagli enti locali e dalle associazioni sono surrettiziamente usate per rimediare – nella stragrande parte dei casi solo formalmente – a gravissime lacune documentali”.

Lo stesso iter procedurale della variante parziale del PGT di Cernusco dovrebbe far riflettere: avviato dall’amministrazione a metà luglio del 2019, poneva al 31 luglio la scadenza per la presentazione delle proposte, dunque meno di quindici giorni. A seguito delle proteste arrivate da associazioni e consiglieri la scadenza è stata rinviata al 30 settembre .

Ma che la scarsa attenzione alla partecipazione dei cittadini fosse la cifra di riconoscimento di questa proposta viene confermato in tutti i passaggi successivi.

Il 15 novembre 2019, un venerdì pomeriggio, viene messo a disposizione il documento di scoping e la prima seduta della conferenza di valutazione convocata il lunedì 18 novembre alle 14.00, dunque nemmeno tre giorni per poter valutare l’elaborato tecnico.

Si prosegue con la messa a disposizione della documentazione il 17.04.2020 e con la scadenza per le osservazioni richiesta al 15.06.2020: eravamo in pieno lockdown, in un periodo che prevedeva non solo l’impossibilità degli spostamenti, ma pure la sospensiva dei provvedimenti amministrativi. Ed è proprio per far rispettare le indicazioni di sospensiva del DPCM che abbiamo inviato un esposto alla procura della Repubblica e così il 25 maggio l’amministrazione è stata costretta a rinviare la scadenza al 17 luglio. Nello stesso tempo però fissava la seconda conferenza di valutazione al 20 luglio, i soliti tre giorni di valutazione.

Ma accade l’impresto, arriva una valanga di osservazioni ed i tre giorni si rivelano un boomerang, troppo pochi per valutarle tutte e così c’è un valzer di rinvii sino al 22 ottobre 2020 quando viene convocata la seconda conferenza di valutazione in una diretta facebook che dura undici minuti. In questo modo viene preclusa qualsiasi possibilità di approfondimento e dialettica fra tutti i soggetti interessati. In ogni caso emerge la necessità di una profonda revisione dei documenti di variante e dunque vengono fissati altri 90 giorni.

Arriviamo così alla fine di gennaio 2021 quando vengono pubblicati il parere motivato e le contro-osservazioni: si tratta di un parere positivo ma vincolato ad una serie così ampia di prescrizioni da costituire – come denunciava Atelli – un vero e proprio soccorso istruttorio per una variante piena di errori e carenze.

La ricostruzione dei passaggi dimostra che la partecipazione è un feticcio retorico e che l’unica dialettica possibile è stata quella garantita dalla legge. Dunque, meno male che esistono quelle poche norme che consentono ai cittadini di poter partecipare alla pianificazione della propria città. 

Vedremo fra pochi giorni quando i nuovi documenti arriveranno in consiglio comunale quale sarà stato l’esito della revisione.

* ora si chiama Ministero della Transizione Ecologica

« Articoli meno recenti