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Il Bosco del Fontanone

Durante tutta la carriera scolastica riceviamo soltanto brandelli di conoscenze in ambito ecologico, insufficienti per stimolare la nostra curiosità e volontà di approfondimento. Il risultato è che non sviluppiamo alcuna sensibilità in materia. Azioni virtuose, come il corretto conferimento dei rifiuti o guidare un’auto ibrida sono il minimo sindacale, utili a non fare troppi danni e a lavare la propria coscienza. Troppo poco per migliorare l’ambiente in cui viviamo.

Cernusco sul Naviglio spicca, oltre che per la condizione socioeconomica nettamente superiore alla media nazionale, per una reputazione “verde” rispetto alle cittadine contigue. I parchi lungo il Naviglio, sapientemente curati nei punti di attraversamento, assolvono perfettamente all’immagine “green” che le amministrazioni comunali amano trasmettere e convogliano l’attenzione degli stessi cittadini, perennemente alla ricerca di un contatto con la natura.

Nel frattempo però, si continua a spargere cemento in ogni direzione.

Le varie amministrazioni comunali hanno dato prova in passato (e continuano a farlo), attraverso le famigerate varianti al PGT, di saper piegare le leggi della matematica e della fisica arrivando a dimostrare contortamente che più si costruisce, più aumenta il verde, attraverso meccanismi che portano il Comune ad acquisire terreni non edificati per incrementare il “verde pubblico” in cambio di permessi di costruire in altri lotti di costruttori privati. L’unico concreto incremento cui stiamo assistendo, in realtà, è quello dei metri cubi di cemento, anno dopo anno.

Qualcosa non torna.

È proprio il concetto di “verde” ad essere distorto. Il pericolo è non riuscire più a concepire alcunché di diverso dal Parco dei Germani, di abituarci ad una natura totalmente addomesticata, piegata, standardizzata, di preferire il verde di un campo da golf a quello di un bosco spontaneo.

A Cernusco c’è un campo da golf, riservato ai soci del Contry Club, e c’è anche un bosco, aperto a tutti. È il “Bosco del Fontanone”, una piccola selva a nord della città che merita un approfondimento.


Non si tratta di un relitto dei boschi planiziali che secoli fa ricoprivano la pianura padana ma, più prosaicamente, è l’evoluzione di una sorta di rimboschimento attuato nei primi anni ’80, tra l’altro con metodologie che oggi troveremmo quanto meno approssimative.

Il bosco rientra in toto nel perimetro del mitico quanto evanescente “PLIS (Parco locale di interesse sovracomunale) Est delle cave”, e potrebbe costituirne un punto focale, se solo il PLIS godesse di qualche tutela degna di questo nome.

Nell’impianto originario furono piantumate, assieme ad alcune essenze nostrane, due specie altamente invasive che oggi nessuno oserebbe infilare in un bosco: la robinia e la quercia rossa, entrambe di origine nordamericana. La prima si caratterizza per l’elevata invasività nei primi anni, ma è poco longeva; la seconda invece cresce rapidamente e già dopo pochi anni produce ghiande in abbondanza e con alto tasso di germinabilità. Inoltre, la quercia rossa è una specie longeva, per cui, nel lungo periodo, potrebbe impadronirsi di tutto il bosco causando una grave riduzione delle specie autoctone.

Per ovviare a questo problema nel 2015 il Comune, grazie a risorse provenienti da oneri di urbanizzazione e stanziamenti della fondazione Cariplo, decise di “riqualificare” il bosco. Termine che, associato ad elementi naturali, provoca senso di allarme e repulsione, come se la natura tendesse a dequalificarsi da sola.

 In tale “riqualificazione”, oltre all’espianto delle due principali specie infestanti (robinia e quercia rossa) erano previsti i rifacimenti dei sentieri con pietrisco (quindi introducendo un materiale che, seppur naturale, non è presente in questa zona) e la piantumazione di essenze locali, tra cui alcune di cui il boschetto era privo.

Solitamente, quando si taglia un bosco, il proprietario non solo non affronta spese, ma spesso ci guadagna, perché viene pagato da chi provvede al taglio, il quale poi venderà la legna che si sarà prodotta. Ma in questo caso non è successo.

Tuttavia l’aspetto principale della vicenda riguarda la valutazione sui risultati attesi, dopo 5 anni.

Le robinie, che dovevano essere estirpate in un’ampia parte del bosco, sono palesemente aumentate di numero, e con rinnovato vigore. La robinia è sì poco longeva, ma se la si taglia alla base produce polloni in gran numero che crescono molto più velocemente delle specie autoctone (farnia, frassino, acero…) finendo per soffocarle e impossessandosi di estese porzioni di bosco, con grave riduzione della biodiversità. Ci sono quindi due strategie: o le si lascia morire di vecchiaia (già dopo 30/40 anni la robinia mostra evidenti segni di declino) incentivando altre specie che pian piano iniziano a crescere sotto di essa, oppure si adotta la scelta opposta, cioè tagliarle, purché si intervenga strappando i polloni fino a che il ceppo non ne produce più. In questa seconda modalità sono necessari, ottimisticamente, 3-4 anni di interventi continui.

L’eradicazione delle querce rosse invece ha successo se si parte dalla rimozione degli esemplari di maggiori dimensioni, intervenendo progressivamente sulle piante più giovani, in modo da ridurre di anno in anno la produzione di ghiande e quindi di nuove piante.

Anche in questo caso occorrono diversi anni di interventi mirati.

Ad oggi dobbiamo rilevare che la quercia rossa è ancora abbondantemente presente nel bosco e ad ogni primavera nascono centinaia di piccole plantule.

Riguardo le piantine autoctone messe a dimora (1250 alberi e 4450 arbusti), ne restano poche decine, la maggior parte è morta per la competizione con le piante più grandi da cui erano circondate. Un epilogo facilmente prevedibile.

Il bosco non ha potuto estendere la sua superficie, benché i campi che lo circondano siano di proprietà del Comune. Questi preferisce darli in locazione ad aziende agricole senza intaccarne minimamente i confini. Il bosco quindi c’è, ma non deve disturbare.

Non sono state create zone umide, fatto degno di nota se si considera che il nome “Fontanone” deriva dalla presenza di una risorgiva che, a causa delle escavazioni nelle cave circostanti, è ormai asciutta. A questo va aggiunto che persino la roggia che lo delimita a sud non è stata liberata dai suoi argini di cemento.

Eppure qualche segnale di ottimismo va colto: delle poche piantine sopravvissute qualcuna si spera possa raggiungere la maturità ed iniziare a riprodursi, arricchendo la biodiversità. La natura trova sempre una sua armonia, soprattutto se l’intrusione umana è contenuta e rispettosa, e riesce a regalarci scorci affascinanti.


Il Bosco del Fontanone andrebbe valorizzato (non riqualificato!) avvalendosi di tecnici professionisti che operino in sinergia con l’associazionismo locale, che con la continua osservazione e presenza sul campo traggano un quadro completo e costantemente aggiornato dello stato di fatto. I massivi interventi una tantum andrebbero evitati perché fortemente impattanti, costosi e spesso effettuati da ditte o associazioni non radicate sul territorio che non hanno al primo posto il bene comune.

Infine una considerazione: la vocazione del bosco del fontanone è quella di un ambiente naturale che unitamente ad altri, contenuti nel PLIS, andrebbe a costituire quella fascia verde di cui Cernusco ha disperatamente bisogno per restare separata dalla dilagante piovra della cintura milanese, di cui Cologno Monzese e Vimodrone fanno ormai parte. Per questa ragione il Bosco del Fontanone, come del resto il PLIS su cui insiste, deve essere inquadrato in un’ottica diversa rispetto a quella dei parchi urbani.

Il bosco è un ecosistema ricco, migliora la qualità dell’aria, della falda superficiale, spezza la bolla termica della metropoli, regala un paesaggio piacevole ed offre rifugio a piccoli mammiferi, anfibi e diverse specie di uccelli che arricchiscono e migliorano la nostra qualità della vita.

A Cernusco un piccolo bosco c’è e sta a noi proteggerlo e promuoverlo.

Quattro passi nel bosco del Fontanone

Bastano quattro passi dalle case e sei nel bosco del Fontanone.

Praticamente un bosco in città, come si vede dalla foto aerea, a cui si arriva anche con la pista ciclabile dal margine meridionale di via Falcone e Borsellino.
Un’area riforestata che segue il profilo di un antico fontanile, il Fontanile di Lodi, già segnalato nel catasto di Carlo VI del 1721 e in quello del 1865, proprio per la fondamentale importanza per l’agricoltura che avevano queste emergenze di acqua, tipiche della pianura padano-veneta. L’acqua della falda freatica riesce a risalire in superficie perché i livelli impermeabili che la racchiudono tendono a ridursi ed innalzarsi lungo il margine meridionale padano sino ad emergere in una particolare fascia della pianura chiamata appunto la fascia dei fontanili. Il fontanile di Lodi era attivo sino agli anni sessanta, poi l’attività estrattiva della vicina cava ne ha cancellato completamente l’esistenza.

La perdita di questa emergenza ambientale, che dà origine ad un microclima che favorisce l’insediamento di flora e fauna peculiari e che era utilizzata per l’alimentazione di rogge e canali, ne ha determinato anche la rimozione semantica, dal momento che il bosco vicino ha cominciato ad essere chiamato del “Legionario” oppure “parco verde delle allodole“: un’area che è parte del verde pubblico di Cernusco, l’unica – insieme al bosco di cascina Torriano Guerrina – che è riconosciuta e mappata come bosco nel Piano di Indirizzo Foresta della Città Metropolitana, ma che non è mai diventata come il famoso bosco in città milanese.

I boschi urbani sono difficili da gestire, perché hanno bisogno di attenzioni e manutenzione, ma rappresentano un patrimonio inestimabile per la comunità, spiace quindi vedere le condizioni del bosco del Fontanone che, pur essendo stato oggetto di un importante intervento di manutenzione solo due anni fa, è praticamente in stato di abbandono: i sentieri quasi ricoperti e cancellati, la segnaletica sbiadita, ma soprattutto le piante infestate dalle larve di Ifantria ed il sottobosco infestato da fitolacca.

larve di Ifantria

albero infestato da Ifantria

fitolacca

Per non parlare delle condizioni in cui sono le panchine o la struttura di tronchi installate solo tre anni fa.

 

Non cè più alcuna manutenzione, tant’è vero che lo stesso sindaco Ermanno Zacchetti finisce per ringraziare la Protezione Civile per aver ripulito i sentieri dagli alberi caduti. E solo grazie all’intervento dei volontari della Protezione Civile che è quindi possibile attraversare il bosco del Fontanone, altrimenti  impraticabile.

Eppure la manutenzione è compito dell’amministrazione comunale, ma ci chiediamo se e quando venga effettuata viste le condizioni di abbandono in cui versa il bosco.

Nel contempo  segnaliamo che questo bosco rientra nell’ambito del Parco Locale di Interesse Sovracomunale Est delle  Cave  all’interno del quale è stato realizzato il progetto di recupero che però ha mancato sia l’obiettivo di farlo diventare uno degli elementi di forza che quello di migliorarne le condizioni.

Il parco del Fontanone, insieme al parco degli Aironi ed al sistema delle aree verdi pubbliche di Cernusco, hanno bisogno di risorse finanziare ed umane, ma soprattutto di essere messi al centro di un progetto in cui la comunità si riconosce e della volontà di realizzarlo.

 

Il triste destino del PLIS delle Cave

Intervento del comune di Cernusco - bosco del Fontanile e Lodi Intervento del comune di Cernusco – bosco del Fontanile e Lodi

Lo scorso 25 novembre 2015 si è tenuto presso la Sala Consiliare del Comune di Cernusco sul Naviglio il Comitato di Gestione ed il Forum Consultivo di partecipazione del PLIS EST delle Cave a cui hanno partecipato alcuni rappresentanti dell’amministrazioni coinvolte (Cernusco, Brugherio, Carugate, Vimodrone, Cologno) e delle associazioni interessate (Legambiente, WWF Martesana, Acea Onlus, Ass. Amici del parco medio Lambro, Ass. Bene Comune Cernusco). I punti principali all’ordine del giorno erano il bilancio di previsione  2016 e la rendicontazione delle spese ad oggi sostenute.
L’incontro era molto atteso in quanto il Forum Consultivo non era mai stato convocato sebbene siano passati sei anni dall’istituzione del parco e due dalla sottoscrizione della convenzione tra i comuni aderenti. Il Forum è costituito da rappresentati delle Associazioni ambientaliste, degli agricoltori e dei consiglieri comunali dei Comuni interessati; ha il compito di fornire pareri – anche se non vincolanti – sul bilancio di previsione e sulle scelte strategiche che gli enti locali intendono adottare per la sua valorizzazione.
Nella discussione le associazioni hanno rilevato le numerose omissioni con cui  è stato sinora gestito il PLIS: la mancata convocazione del Forum (dovrebbe riunirsi tre volte l’anno), la mancata nomina del Direttore del Parco e le scarse risorse messe a disposizione dai Comuni.
Sui primi due punti i rappresentanti dei comuni hanno fatto presente che è in fase di adozione la nuova Convenzione, già approvata da Cernusco, che permetterà finalmente di nominare il Direttore del Parco e rendere operativo il Forum. Per quanto riguarda la scarsità di fondi dedicati i Comuni hanno lamentato i tagli alla spesa pubblica degli ultimi anni, mentre per reperire risorse future sperano nel nuovo Piano Cave approvato dalla Regione e dall’ex Provincia che permetterà un’estensione delle cave esistenti e conseguentemente darà la possibilità di chiedere ai soggetti economici coinvolti alcuni interventi all’interno del Parco.
Nel corso della riunione è stato inoltre chiarito che per il Parco non c’è una programmazione condivisa degli interventi, ma i singoli comuni autonomamente decidono quanti e quali investimenti effettuare. Si veda a questo riguardo l’intervento di riqualificazione in corso in questi giorni del bosco del legionario/fontanile del comune di Cernusco (vedi foto sottoriportate), un progetto inserito nel programma pluriennale di investimenti del PLIS, ma realizzato dal solo comune di Cernusco attraverso fondi della Fondazione Cariplo che ha suscitato diverse polemiche.
Le numerosità criticità evidenziate nel corso dell’incontro (l’assenza del direttore, la totale inattività degli organi del PLIS, oltre che l’assenza di raccordo e programmazione degli investimenti fra i comuni) implicano uno svuotamento di fatto dei contenuti del PLIS, il cui unico scopo resta così limitato ad una generica tutela del territorio e salvaguardia dal consumo di suolo. Scopo nobile, ma che può essere raggiunto tramite il rispetto della normativa urbanistica esistente.
La speranza è che in futuro il PLIS ed il suo Forum possano prendere vita autonoma e diventino strumenti per valorizzare realmente il Parco delle Cave, ma per raggiungere tale obiettivo sarà necessaria una forte volontà politica che, al momento, non si intravede. Inoltre il vero paradosso è che la realizzazione degli interventi sia subordinata all’estensione del piano Cave, vale a dire che solo grazie ad un ulteriore consumo di suolo potremo avere una riqualificazione del parco che altrimenti verrebbe lasciato a sé stesso. Come dire che dobbiamo ringraziare i cavatori perché sono gli unici – perché costretti – che ripiantano qualche albero e mantengono i sentieri.

PS: per maggiori riferimenti sul PLIS – Lo sfortunato caso del parco delle cave.

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